Parole di Zia Uvetta

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Spese di guerra

nonostante i problemi tecnici non posso non prendere nota di quanto evidenziato da Francesco Giavazzi sul Corriere, testata che si sa essere limpidamente schierata e proprio per questo le critiche mosse al governo sostenuto in campagna elettorale dovrebbero far riflettere... (riporto l'intero articolo):

"Bilancio, spese e riforme annunciateUna questione d'urgenzadi Francesco Giavazzi

«La situazione dei conti pubblici ricorda quella dei primi anni Novanta e per alcuni aspetti è ancor più grave rispetto al 1992», disse il ministro dell’Economia Tommaso Padoa-Schioppa poco dopo essersi insediato al governo. E in seguito a quell’allarme ilDpef (Documento di programmazione economico-finanziaria) annunciò grandi riforme strutturali: pensioni, pubblico impiego, sanità, finanziamento degli enti locali, per aumentare l’efficienza e ridurre i costi. «E’ finita l’epoca dei tetti alla spesa, espedienti temporanei e inutili ».
In un’analisi degli interventi necessari per raggiungere gli obiettivi indicati nel Dpef — e approvati dal Parlamento con la Risoluzione di fine luglio — Luigi Spaventa (la Repubblica, 20 luglio e 10 agosto) faceva questi conti: «L’aumento delle entrate nel primo semestre dell’anno potrà contribuire a finanziare i 15 miliardi di euro promessi di "misure per lo sviluppo", ma a parità di correzione netta di 20 miliardi. Ne segue che, rispetto alle previsioni a legislazione vigente (che tuttavia non includono alcun onere per il rinnovo dei contratti pubblici), nel 2007 le spese al netto degli interessi dovrebbero essere inferiori a quelle del 2006 di un punto e mezzo in termini di prodotto e di 2-3 miliardi in valore assoluto. Ciò sarebbe un evento straordinario, mai verificatosi a memoria di statistiche».
Bastano gli interventi prospettati nel programma dell'Unione per conseguire un risultato che Spaventa definisce «straordinario »? E, se sì, con quale cadenza temporale si pensa di realizzarli? Manca meno di un mese alla presentazione della Legge finanziaria, ma sul contenuto delle grandi riforme auspicate nel Dpef ancor nulla si sa, né risulta che siano al lavoro comitati incaricati di valutare le opzioni tecniche e di verificarne il consenso politico. Nell’estate del 1992 Giuliano Amato formò il suo governo all’inizio di luglio, quaranta giorni più tardi rispetto all’attuale. A metà mese già erano all’opera quattro gruppi di lavoro incaricati di studiare ampie riforme di sanità, pubblico impiego, pensioni ed enti locali. Le prime riforme (pensioni e pubblico impiego) vennero approvate dal governo in settembre e presentate al Parlamento insieme alla Legge finanziaria.
E' lecito esprimere perplessità e auspicare una iniziativa politica più risoluta ed incisiva? E’ lecito esprimere il dubbio che il ministro dell’Economia non abbia un programma forte e che i tempi lunghi che egli auspica non siano compatibili con l’urgenza che egli stesso ha dichiarato? E’ lecito pensare che, oltre alle riforme strutturali, vi siano nel bilancio dello Stato spese inutili, non giustificate e sprechi consolidati da anni sui quali bisogna intervenire?
Questo era il senso del mio editoriale del 19 agosto. Il ministro dell'Economia ha escogitato una singolare procedura per manifestare la propria contrarietà: informare in via privata un centinaio di italiani illustri (ma non i lettori del Corriere) che l'opinione da me sostenuta sarebbe il frutto avvelenato di un'analisi superficiale, fondata su elementi di fatto dolosamente alterati. Il ministro (com’è riferito a pagina 27) mostra di non avere dubbi circa la causa di tanto fraudolenta leggerezza. Non sento alcun bisogno di difendere la mia reputazione. Delle due l'una: o quella che Guido Calogero chiamava «civiltà del dialogo» si appresta a menar una vita ben grama in questo Paese, oppure vale per il ministro il precetto biblico «colui che Dio vuol perdere fa insanire».
23 agosto 2006"

Il tutto, mi pare abbia una gran valenza alla luce di quanto il governo italiano si appresta a fare in campo internazionale, assumendosi "valorosamente" il comando di una missione che nessuno vuole (nè comando nè missione): sembra di assistere a una partita di palla avvelenata in cui tutti i giocatori si sono messi d'accordo per fare in modo che l'avvelenato sia l'Italia... e noi paghiamo...

Noi paghiamo, non solo nel senso che le operazioni militari verranno sostenute da risorse finanziarie sottratte ai nostri redditi, ma anche nel senso più ampio e più drammatico: a far la guerra, a vendere le armi, a fare le missioni di pace per tamponare le guerre delle quali siamo responsabili storicamente e politicamente da decenni, si paga tutti in termini di tranquillità, di pace, di benessere, di salute, di convivenza...

Sempre dal corriere:

 

da IlFoglio:

"

Verso Adua
Libano: protagonismo e faciloneria internazionale di una sinistra salvifica

Centodieci anni fa una sinistra postgaribaldina e neobismarckiana imbarcò lÂ’Italia in una disastrosa avventura coloniale, finita col massacro di Adua. Francesco Crispi e il suo entourage erano convinti di avere una missione nazionale da compiere, quella di assicurarsi un ruolo tra le potenze europee, ammiragli e generali volevano cancellare le figuracce collezionate trentÂ’anni prima a Lissa e a Custoza, i diplomatici avevano contribuito al disastro interpretando e traducendo infedelmente un documento sottoscritto dal Negus, il cosiddetto trattato di Uccialli.
Se queste lontane vicende tornano alla memoria oggi è perché presentano qualche preoccupante analogia con il modo un poÂ’ facilone col quale la politica, la diplomazia e le forze armate italiane affrontano il tema della missione in Libano. La differenza con lÂ’atteggiamento di estrema cautela col quale lo stesso argomento è trattato a Parigi, a Berlino o a Londra dovrebbe far scattare qualche riflesso di maggiore allarme. Le passeggiate per Beirut di Massimo DÂ’Alema con i dirigenti Hezbollah assicurano dellÂ’atteggiamento condiscendente della formazione terroristica più o meno come il falso trattato di Uccialli garantiva lÂ’accettazione da parte di Menelik di una sorta di protettorato italiano. Non si capisce perché i generali italiani si sentano più sicuri dei loro colleghi dÂ’oltralpe, che il Libano e le sue insidie le conoscono certamente meglio. Infine resta da spiegare lÂ’irruenza garibaldina con cui la sinistra italiana si getta nellÂ’incerta impresa libanese, convinta che la sua retorica del pacifismo e dellÂ’equidistanza, ribattezzata equivicinanza, sia una politica da esportare, quasi una dottrina internazionale da far trionfare contro lÂ’odiato “unilateralismo” attribuito allÂ’America. Può darsi che questa impressione nasca dal fatto di conoscere solo atti e dichiarazioni pubbliche, in cui retorica e propaganda prevalgono sullÂ’esame razionale dei problemi politici, diplomatici e militari. Ma questa è solo una speranza."

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