Parole di Zia Uvetta

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Magdi Allam - Io amo l'italia...

 Io amo l'Italia, ma gli italiani la amano? Basta il titolo e il tentativo di darsi una risposta seria ad impegnare la riflessione per ore.
La presentazione del libro di Magdi Allam, avvenuta a Marano Lagunare venerdì scorso in occasione della presenza del giornalista a Lignano Sabbiadoro per la premiazione al Premio Hemingway, di spunti per la riflessione ne ha forniti molti altri.
Non ci sono dubbi sul fatto che tra gli sport nazionali degli italiani, oltre all'allenare tutti quanti la nazionale, ci sia la demolizione dell'Italia: l'Italia è il peggiore dei Paesi, all'estero tutto funziona meglio ecc ecc. Non siamo attaccati ai simboli, all'inno alla bandiera (a parte quella della propria squadra di calcio) e solo i mondiali ci hanno fatto riscoprire un po' di orgoglio nazionale. Certo è un discorso semplicistico, ma tutto sommato veritiero. Poco male, si dirà, se non fosse che gli avvenimenti degli ultimi anni e le evoluzioni sociali e culturali in atto rischiano di farci scomparire come popolo con una precisa identità. Se non siamo noi i primi a credere in questa identità perché mai dovrebbero farlo, e pertanto rispettarci, quelli che qui arrivano e trovano terreno fertile per i propri orgogli ben più radicati e saldi (del crocifisso nelle scuole ci siamo occupati solo perché ci hanno chiesto di toglierlo... ma quanti si sono accordi veramente di avere un tale simbolo davanti agli occhi? quanti hanno fatto il segno della croce entrando in una stanza con appeso il cristo? quanti ne hanno avuto rispetto veramente fino a quando non è scoppiato il caso?). Magdi Allam ha portato l'esempio di un piccolo comune in provincia di Parma ove la Sindaco ha conferito la cittadinanza italiana a una famiglia egiziana: nella foto di rito appare la Sindaco in vestito estivo e la signora egiziana completamente coperta dal velo con solo una fessura per gli occhi; a me è parso questo esempio lampante di come tutti noi ci troviamo in difficoltà ad affrontare questa convivenza con altri popoli. Un po' come quando tentiamo di giustificare a tutti i costi gli extracomunitari per atti che fanno aborrire se compiuti da italiani. Sicuramente l'intento della Sindaco era di mostrare che "noi vi accettiamo e accogliamo così come siete anche con il velo, non vi discriminiamo". L'effetto ottenuto però è quello di mostrare che "abbassiamo le braghe" che diamo lo status di "italiano" a chi non si riconosce nella nostra cultura e nei nostri valori. Quel velo era una sfida, ampiamente vinta. Se diciamo noi cose di questo tipo passiamo per razzisti, dette da Magdi Allam appaiono come corrette e fondate. La differenza sta nel fatto che noi dicendole diventiamo davvero razzisti, perché generalmente lo facciamo sull'onda di emotività e paura. Il giornalista le dice basandosi su una profonda conoscenza della realtà sia italiana che musulmana. La differenza sta nella nostra ignoranza. E questa ignoranza ci sta fregando, perché da una parte trattiamo tutti gli immigrati come delinquenti (non si parla d'altro che degli stupri perpetuati da magrebini & co, ma dell'80% degli stupri che sono fatti da italiani non si dice alcunché) e dall'altra, per essere politically correct per non passare per razzisti per ipocrisia, tentiamo di giustificare e permettere qualunque scempio della nostra cultura. Un peso importante in questo comportamento lo gioca il senso di colpa che, consapevoli o meno, ci incatena: c'è chi tira in ballo le crociate di mille anni fa, chi la fame la povertà la miseria le guerre di questi anni, ma comunque tutti ci sentiamo più o meno responsabili dei disagi, dei malesseri, delle disgrazie del mondo. In parte ciò è vero, ma non è con l'elemosina, che sia sotto forma di moneta elargita all'accattone o di svendita dei nostri valori, che si risolvono i problemi. La moneta può finire a un truffatore, a un drogato, a un malvivente; i nostri valori possono finire in pasto a dei terroristi e degli integralisti. Una cosa certa (o forse vediamo troppi film?) è che una colpa grossa ce l'ha l'occidente e tutti noi ne siamo in qualche modo consapevoli: i terroristi sono armati da noi, è in gran parte l'occidente a produrre e vendere armi. E questo commercio, per sopravvivere, deve avere connivenze con la politica e il potere. Non voglio dire che tutti i politici sono implicati, anzi credo che in questa circostanza siano davvero in pochi a reggere le fila; pochi che tengono in scacco tutti gli altri (a questo proposito, oltre alla paura e alla ignoranza che Magdi Allam denuncia nei confronti della classe politica, che non è una classe di statisti ma di ingenui e sprovveduti che non sono in grado di affrontare la realtà, ci metterei pure questo a mio avviso non debole catenaccio con i traffici di armi). Ma finchè i terroristi sapranno che possono contare su quei pochi, non riusciremo mai a renderci credibili come forza in grado di pacificare il medioriente, non saremo credibili nel chiedere il disarmo. Mi chiedo comunque (e avrei voluto chiederlo l'altra sera a Magdi Allam) nel caso molto utopistico in cui si riuscisse a smantellare questa rete di commerci di armi, se tutto ciò produrrebbe degli effetti reali o non servirebbe a molto. Mi chiedo se, nel caso la lotta fosse portata su un piano unicamente culturale e ideologico, si riuscirebbe a venirne a capo. Stante il nostro disfattismo sarei propensa a dire di no, almeno per ora. Penso al fatto che al giorno d'oggi chi si sposa in chiesa lo fa quasi sempre perché è più "caratteristico", la scelta della chiesa viene fatta in base alla sua coreograficità per foto e invitati e non al senso di appartenenza a una determinata comunità. Penso al fascino che suscitano tutte le pratiche orientali, che hanno tantissimo in comune con il concetto di meditazione e conoscenza di sé della nostra religione (il rosario non è forse un potentissimo mantra come le preghiere?), ma che suscitano più proseliti che mai (a conferma di come la nostra cultura ci appaia poco interessante e cerchiamo risposte in direzioni ben differenti, attingendo a culture lontanissime da noi. Il che non signficia chiudersi come nel Medio Evo ma riconoscere in terra nostra quei valori e quegli strumenti di cui abbiamo bisogno).
Magdi Allam proprio per questo punta molto sui valori, sulla loro riscoperta. Ma è un processo lungo, complesso, che dovrebbe coinvolgerci tutti quanti. E non mi sembra che ne abbiamo così tanto di tempo... Cos'è che si può fare davvero concretamente ora per frenare il diffondersi dell'integralismo? Anche questo avrei voluto chiedere.
Avrei voluto chiedere anche un'altra cosa: Magdi Allam ha dichiarato di aver proposto a Forza Italia la propria candidatura alle scorse elezioni a condizione che venisse istituito un Ministero per l'Integrazione la Cittadinanza e l'Identità. Evidentemente la sua richiesta non è stata accolta: sono curiosa di sapere se ha pensato di proporsi anche alla sinistra o ha scartato l'ipotesi e in questo caso perché ha pensato che un tale ministero non potesse trovare spazio in quella parte politica. Forse la risposta sta nell'ala più estremista della sinistra italiana, quella che annovera la maggioranza dei convertiti italiani all'islam, quelli che ideologicamente rimangono attaccati al passato, al comunismo anti-stato, all'odio per l'America (quelli contenti della strage di Nassirya per intenderci).
Il libro non l'ho ancora letto, e già sono coinvolta da questi interrogativi per niente semplici. E' curioso ma forse più che tutto sintomatico il fatto che a invitarci a riscoprire la nostra identità culturale sia un egiziano musulmano: non poteva essere diversamente, dato il disinteresse e il disamore che generalmente proviamo per l'Italia. Mi chiedo anche quanti di quelli che erano presenti ieri sera, tornati a casa, si sono sentiti in dovere di pensare criticamente a quanto sentito: ho il sospetto che molti siano rincasati come da messa, belle parole tutto vero lui si che ha ragione e dice cose giuste, ma poi tutto rimane come prima.
E parlando di messa, giusto ieri il nostro parroco che è di quelli ancorati alla realtà, di quelli che non ha un buon rapporto con la morale e la miopia di certe sfere clericali, ha improntato la sua omelia su un semplice concetto: i riti, le usanze, i costumi che costituiscono una religione cambiano col tempo. Gesù introdusse novità eclatanti e rivoluzionarie per l'epoca, negli anni sessanta fu straniante introdurre la messa in italiano invece che in latino, ecc. Ma non sono i riti, le manifestazioni esteriori religiose a fare la Fede. La Fede è un filo tra il singolo e Dio, è il rapporto che ognuno di noi ha, personalissimo e intimo, con lo Spirito e l'Anima. Ed è a questo rapporto che un buon cattolico (ma anche un buon ebreo e un buon musulmano e un buon induista ecc) dovrebbe dedicarsi, non alla pratica di riti che hanno senso e significato solo se i valori e gli insegnamenti religiosi li facciamo realmente nostri, applicandoli ogni giorno. Altrimenti diventano recite vuote.
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